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I Tagliaboschi (Die Forstarbeiter, da: Die Forstarbeiter, die Lichtung) Traduzione: Massimo Romano
Uscendo dal palazzo, un improvviso moto dell'animo mi fece cambiare opinione, e invece che dirigermi verso il ristorante della stazione mi avviai, sulla strada coperta di ghiaia, verso il margine della foresta. Quindi la mia mattutina passeggiata mi condusse attraverso il folto e misteriosamente oscuro Bergliwald. Era nevicato tutta la notte, in piccolissimi fiochi, ma senza tregua, sebbene fosse sembrato, il giorno prima, che da un momento all'altro dovesse arrivare il föhn; ora le conifere si muovevano ad ogni bava di vento e facevano sì che nevicasse di nuovo, sul mio capo scoperto, sul mio nuovo cappoto, acquisato col ricavato dalla vendita di due dozzine di vecchi volumi di narratori francesi; andando per il bosco, doppo un pò, mi accorsi che stranamente esso risaltava dal grigio bioccolto tra i cespugli e i rami nudi, il quale con un costante rotolamento sembrava congiugersi, già a portata di mano, con il cielo basso. Ad un tratto si sentirono delle voci che inframmezzarono il regolare scricchiolare delle mie suole di gomma intagliata, suoni rozzi e nel contempo melodiosi, poi risate di più persone e infine rumori di passi che aumantavano la loro cadenza; mi fermai, ma solo per un attimo. Poco tempo dopo raggiunsi la radura, dove una luce giallognola mi indicò la via attraverso la nebbia che si diradava man mano che mi appressavo alla locanda. Entrando, vidi due ragazzi in pullover blu e pantaloni da tuta verdi che togliendosi i capelli e battendo gli scarponi sul pavimento di legno prendevano posto ad un tavolo di ardesia. Lentamente scossi la neve dal cappotto e dai pantaloni e dopo aver dato una breve occhiata mi sedetti ad un tavolo vicino al loro. Appena entrato, avevo notato subito i due giovani a causa della loro statura e del loro goffo vestiario e ancor prima che mi salutassero ravvisai che erano dei tagliaboschi. Ordinai un caffè che l'ostessa portò subito e corresse, davanti a me, con uno spruzzo di kirsch; percepii, senza volerlo, che le sue mani erano rosse e gonfie come quelle di un formaggiaio; il suo alito e la sua traspirazione si mescevano in un'unica esalazione orribile che mi procurava una persistente nausea; i suoi capelli erano però acconciati con una certa cura, il che, con mia sorpresa, mi toccò un pò e mi indusse a rivolgere, con mente assente, lo sguardo verso i ragazzi che, dal tavolo accanto, la fissavano impudicamente; essa sembrò ignorarli. I due ragazzi sorseggiavano la loro cioccolata calda e guardavano verso la non più giovane donna che adesso si alzò e sparii nella cucina; indi uno dei giovani cominciò un racconto circa un evento che si era verificato nella bassa es di cui gli aveva riferito il portinaio. Un tagliaboschi, anch'esso giovane, aveva perso la mano destra, per sbadataggine, riteneva il ragazzo, scuotendo la testa; la manica gli si era impigliata nel rullo d'appoggio della macchina per sramare, e il coltello articolato gli avveva separato la mano dall'avambraccio. I due scoppiarono in una risata; sul loro tavolo notai due larghe cinghie di cuoio, ai loro piedi alcuni piccoli cunei e due ferri per scortecciare a manico corto. Parlavano stringatamente su come intaccare gli alberi per l'abbattimento; noveravano, con apatica calma, le proprietà delle catene per motosega norvegesi. Poi tacquero, rimanendo seduti a fissare le loro mani, le loro unghie corte, a guardare nelle tazze. Improvvisamente uno di essi si alzò e corse in cucina, donde pervennero subito voci e brevi e ripetute risate. Bevevo l'ultimo sorso die caffè, quando l'ostessa gridò; fu uno strillo breve ed acuto che indusse l'altro tagliaboschi a recarsi in cucina e mi spaventò talmente che mi cadde la tazza per terra, dove si ruppe senza fragore. Seguii il tagliaboschi in cucina e senza volerlo fui coinvolto in una zuffa coi giovani boscaioli, alla quale partecipava anche l'ostessa che era l'oggetto della discordia; essa continuava ad asserire che voleva egualmente bene ad entrambi, diceva che questa era la verità, finché non inciampò e stramazzò per terra; la aiutai ad alzarsi e la accompagnai nella sala; si sedette al mio tavolo, aggiustandosi, eccitata, i capelli. Quando ritornai in cucina i giovani erano spariti, la porte era splancata, sul frigorifero e per terra c'erano lievi tracce di sangue; senza esitare corsi fuori nella neve, seguendo le orme dei due tagliaboschi che mi condussero nuovamente alla foresta, tra i maestosi alberi innevati, lontano dai sentieri, dove ebbi improvvisamente difficoltà a trovare la pista; cercando, errai per la selva avvolta dalle nebbie, urlavo, ma sentivo soltanto il cupo eco della mia voce; ogni tanto mi fermavo per respirare profondamente, ma in quei momenti mi sopravvenivano dei colpi di tosse dai quali non riuscivo quasi a riprendermi; andavo per il buio Bergliwald oramai esausto, quando vidi uno dei due giovani, l'inseguitore, steso immobile nella neve, il viso pieno di sangue, accanto ad un rimorchio carico di asce, leve d'abbattimento e seghe a motore. Mi inginocchiai ad esaminare il corpo; il luogo puzzava di olio ed era cosparso di segatura; scostai il martello numeratore imbrattato di sangue e vidi la ferita al capo del ragazzo, era aperta e larga un palmo, era a forma del numero 56. Più tardi scoprii che il numero corrispondeva a quello selezionato nel martello e al marcaggio di un vicino abete. Fu
quella stessa sera del 18 marzo 1961 che per telefono il capo della
polizia e cognato dell'ostessa, con cui, da bambino, ero stato molti anni
amico e tante volte avevo giocato nel Bergliwald con arco e frecce,
perplesso mi comunicò che i due tagliaboschi erano fratelli e che
l'ostessa era la loro madre; oltre alla relazione di questi eventi non
seppi però dargli altre indicazioni.
Awarded
with: Premio letterario narrativa Cittá di Ancona, 1995
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